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Grazie per l’inimmaginabile

Prima dell’estate sono riuscito a fare una lunga chiacchierata con Jonathan Bazzi, autore di un romanzo d’esordio molto forte e potente, “Febbre” (edito da Fandango libri), che sta incontrando il favore e l’attenzione di pubblico, critica e colleghi scrittori. E, come tutte le opere forti, riesce a spaccare la media della percezione, suscitando reazioni intense e prese di posizione determinate.

La trama, molto in sintesi, è questa: a Jonathan non passa la febbre. Scopre di avere un virus ancora molto stigmatizzato e coglie l’occasione per raccontare una storia che riparte dalle sue stesse origini.

Prima dell’estate, appena il libro è stato presentato a Milano, l’ho comprato e l’ho letto. Quelle che seguono sono le domande che ho voluto fargli a seguito di un testo che ho amato e sostengo, e che credo possa diventare un valido consiglio di lettura per guardare dentro e al di fuori di noi stessi. Quella che segue, è la trascrizione più o meno letterale dell’intervista: è lunga ma vale la pena di leggerla, a partire da una dedica bellissima.

 

 

Che cos’è la paura?

Credo che la paura sia una sosta eccessiva nella mente. Stare troppo nei pensieri, quando poi ci si accorge che il contatto diretto con le cose che ci spaventano è meno ingombrante del timore che avevamo.

 

Mi parli del “piccolo grande proibizionismo domestico” in cui i maschi sono fatti in un modo e le femmine in un altro? Come si resiste in un posto in cui ogni tentativo di sconfinamento viene riconosciuto e quindi le cose da femmine vengono sanzionate?

Credo di essere sempre rimasto abbastanza fedele a me stesso: assumendomi i rischi correlati ho fatto molta fatica ad accantonare le mie ambizioni, anche semplicemente estetiche. È una fedeltà alle cose che mi piacevano, fedeltà istintiva, naturale, non meditata.

La paura e l’ansia hanno accompagnato la mia vita, la mia infanzia e la mia adolescenza come una presenza parallela, ma il corso principale dei miei interessi non è mai stato radicalmente deviato. È così, è il mio modo di fare.

 

Sei sempre convinto che Rozzano ti raggiungerà e ti riporterà a casa?

Quella frase, in quella parte del libro, ha una connotazione pessimista, però io di base ho un sentimento di appartenenza verso Rozzano e più in generale verso Milano Sud. Negli ultimi tempi sento spesso il bisogno di camminare fino a tornare lì, c’è aria di casa. Lì ci abitano mia mamma e mia sorella, ma sono due cose separate: torno a Rozzano per andare a trovare loro, ma ci sono anche altre volte in cui ci vado solo perché ho voglia di rivedere quel luogo.

 

Cosa spetta a Rozzano? Qual è il conto in sospeso che hai con questo luogo?

Io sento di appartenere a quel posto. Mi trovo molto meglio a Milano che a Rozzano, però mi sento in buona parte rozzanese. Un rozzanese nato con delle caratteristiche che non gli hanno permesso di stare lì, ma con una parte di corredo genetico tipico: credo si tratti di una maggiore esposizione alla vita, io sono cresciuto in un posto in cui succedevano delle cose che per molte persone non sono “normali”.

La normalità per me sono stati i picchi dell’esperienza, ecco quindi spiegato il mio bisogno di essere sollecitato dalla vita, dalle cose. Un’altra eredità che mi ha lasciato Rozzano, poi, è una scarsissima capacità di sopportare le gerarchie e gli abusi di potere, cose che appartengono anche all’eredità dei contesti familiari attraverso i quali sono passato.

 

Riuscirai mai a spostarti da via Giacinti 10 e, soprattutto, ad abbandonare la paura che arrivino i maschi?

Ci riuscirò a intermittenza. Ma comunque, sono interessato a trovare il modo per allargare il senso di quella paura, usarla per farne qualcosa, sviluppare qualcosa che tocchi gli altri e diventi un terreno comune per uno scambio con chi vive cose simili.

 

Perché ci condanniamo a pensare che la felicità sia un affronto e richieda un bilanciamento?

Nel momento in cui si realizza un desiderio radicale, coltivato da un’età molto precoce, è come se si sperimentasse un senso di irrealtà perché certi desideri sono la proiezione di mancanze molto antiche, necessità che ci mettono in contatto con i vuoti più grandi. Nel libro, l’esperienza a cui faccio riferimento è l’incontro con la persona giusta, con cui avviare una relazione sentimentale stabile: quello che mi viene sempre da sottolineare, appunto, è un aspetto di “eccessiva grandezza”, di sproporzione rispetto al livello normale dell’esistenza.

È come se fosse “troppo”. Spesso ho davvero pensato, all’inizio, che potesse succederci qualcosa, perché la soddisfazione di quel desiderio mi ha portato in contatto con una quantità di energia ingente, e le grandi quantità di energia, come ad esempio i grandi successi, sono invasive e comportano disordine. Travolgono e producono conseguenze. E poi, probabilmente, c’entra sempre la paura di perdere una cosa molto bella che ti accade o ti arriva. La paura dovrebbe essere un modo per difendersi, solo che negli esseri umani purtroppo esonda.

 

Nel libro ci parli di molte forme di amore: quello per se stessi, quello per la vita, per gli uomini. Quali sono le differenze tra queste forme di amore e quello per una sorella? In un passaggio del romanzo, dici: a Ottobre è nata Tecla, mia sorella. Oltre l’amore c’è? La devozione?

Con mia sorella ho sperimentato il bisogno di donare protezione, che in qualche modo diventa anche terapeutico: attraverso l’accudimento degli altri restituisco qualcosa al bambino che sono stato, che ha subito delle mancanze. Oltre che con mia sorella, questa condizione si è presentata anche nei confronti dei miei gatti, a tratti verso il mio fidanzato, verso gli animali in genere e verso i bambini; insomma, tutte le presenze che possono essere preda degli abusi di potere e della sopraffazione in generale.

 

Ti senti sempre in guerra con le tue inquietudini?

Un tratto dell’eredità negativa di Rozzano è la mia tendenza al sospetto e a stare sulla difensiva. Sicuramente io non sono un amante del quieto vivere a prescindere. Di base non mi collocherei né all’interno del polo della serenità né in quello del tormento: io sto in una zona di mezzo, che per me significa una zona di ricerca, non stare fermi, capire le cose.

 

Esistono le persone che non si fanno domande?

Esistono persone che cercano di farsene meno possibile, e come tutte le cose credo che ricavino benefici e danni. Credo che succeda non per una piena azione cosciente, ma più per un impulso a stare alla larga dai problemi.

 

Anche gli uomini sanno prendersi cura, anche dei maschi ci si può fidare: che considerazione hai degli uomini?

Soprattutto con la figura dell’infettivologo, nel libro, mi piaceva il fatto di parlare positivamente di un uomo con il quale non ho una relazione sentimentale, e mi piaceva l’idea di legare a questo uomo un tema che viene normalmente associato alle donne, quello di una relazione di cura.

In termini più generali, io ho delle difficoltà con il modo in cui i maschi eterosessuali (e non solo) si rappresentano e si mettono in scena, nella società e nelle relazioni: il culto della potenza, il disinteresse e lo svilimento della vulnerabilità, di tutto ciò che è piccolo, tutto ciò che è delicato. Ma comunque sono sempre più interessato a smontare questo pregiudizio al contrario e mi interessa rintracciare, anche nella storia, le figure maschili alternative che sono state portatrici di un cambiamento. Figure maschili non per forza omosessuali.

 

Benedetta Parodi, nel tuo libro, rappresenta un elogio delle piccole cose per affrontare le difficoltà più grandi. Cosa mi racconti a riguardo?

Io sono cresciuto in un contesto estremamente popolare ed estremamente scandito dalle presenze televisive. Nel limbo oscuro dei mesi post diagnosi, in cui ero convinto di avere tutt’altro rispetto all’HIV, le uniche cose che riuscivo a fare erano dormire e guardare la televisione. Non riuscivo a leggere, avevo perso qualsiasi tensione progettuale, era tutto privo di senso. Per molte ore al giorno c’erano in onda queste puntate in cui lei aveva gli ospiti in cucina, il tavolo, il forno, e io le guardavo in continuazione oltre a dormire.

In quel periodo dormivo tantissimo come forma di anestesia e a un certo punto si sono risvegliate diverse cose, tra cui la mia passione per la cucina che è figlia di un retaggio dell’infanzia, delle mie nonne meridionali che passavano molto tempo in cucina…e poi il cibo è un bisogno primitivo, rappresenta un forte legame con la vita. Uno dei primi segnali della mia ripresa, quindi, è stato il fatto che trovavo la forza per scendere a fare la spesa e cucinare delle cose. Era un segnale, stava succedendo qualcosa, una cosa grande a partire da uno stimolo piccolo come guardare la televisione.

 

Pensi che essere cresciuto in un contesto come quello di Rozzano ti abbia “preparato” alla grande prova sociale legata alla stigmatizzazione e ai preconcetti sull’HIV?

Io penso di sì. L’unione tra come sono fatto e il posto in cui sono cresciuto credo che abbia portato al modo in cui ho scelto di assumere su di me la sieropositività. Essermi abituato molto precocemente a non credere al giudizio degli altri, evidentemente, è diventato una parte di me che mi ha portato a rifiutare lo stigma e a non accettare la vox populi del “bisogna nasconderlo”, “è più sicuro se non si dice”. Io non volevo dovermi preoccupare di chi lo sapesse e chi no, quindi ho preferito portare questa cosa in un ambiente “emerso”, paradossalmente più sicuro. Non è vero che è una cosa vergognosa: se mi fossi nascosto, avrei probabilmente convalidato questa idea.

 

Le tensioni familiari, i conflitti personali, Rozzano, la malattia: accettare, accettarsi. Come ci si rialza da tutto questo? Come ci si salva?

Credo che siano due le cose che mi hanno sempre sostenuto: la fedeltà a me stesso, alle cose che mi stanno a cuore, e poi una visione estremamente mobile della vita, l’idea che domani possa succedere l’inaspettato.

Ho un rapporto abbastanza particolare con la spiritualità e non mi colloco da nessuna parte da un punto di vista confessionale, ma la sensazione che alla fine ci sia una forma piena di senso, nelle cose che succedono e che succederanno, mi accompagna sempre. È la sensazione che le cose possano migliorare, una sorta di pareggio dei conti globale.

 

Che cos’è l’inimmaginabile di cui parli nei ringraziamenti finali?

Ci sono esperienze che superano anche la possibilità di descrizione e che spesso è meglio non provare a descrivere, perché provando a descriverle si finisce per dire qualcosa che allo stesso tempo è troppo retorico e insignificante. È qualcosa di insondabile che vale la pena di lasciare così, anche per me stesso. È qualcosa che ti mette in contatto con i bisogni primari.