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Connessi, soli

I giovani sono una categoria a rischio, sempre. Perché non possiedono le difese per sostenere gli urti della vita, sono inermi, devono farsi le ossa. Però, d’altra parte, contano su una serie di strumenti che aprono possibilità infinite e teoricamente dovrebbero segnare la differenza tra il passato e il futuro, tra i nativi analogici e i figli del digitale.

 

Non credo che viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma neppure nel peggiore: come ogni epoca, contiamo su grandi avanzamenti e su involuzioni preoccupanti. In questa prospettiva, Internet rivela la sua duplice natura che ne costituisce limite e fascino: il web ha completamente rivoluzionato il nostro modo di vivere e di lavorare, ve lo ricordate quando non si mandavano le email ma i fax?

Solitudine, depressione da social media

Con internet facciamo la spesa, cerchiamo la casa dei nostri sogni, socializzamo.

Con Internet facciamo la spesa, i bonifici, cerchiamo la casa dei nostri sogni, socializziamo. I social media e le applicazioni per incontri hanno polverizzato le barriere e aperto possibilità che i nostri zii e le nostre nonne, ma probabilmente anche i nostri genitori, non avrebbero mai immaginato.

Dunque tutto bene, almeno così dovrebbe essere. Invece no, non completamente: il disagio giovanile, condizione antica e radicata, trova terreno fertile nello scambio di informazioni virtuali e genera la patologia del nuovo millennio, la depressione da social media.

I ragazzi (ma non solo) hanno paura di scomparire, viene chiamata fear of missing out. Esattamente come ci sentivamo inutili e trasparenti in classe o nei corridoi di scuola, la stessa cosa accade dentro il traffico dati. Si paragona la propria vita a quella degli altri, si invidia ciò che gli altri ostentano e ancora una volta si cade nel tranello più vecchio del mondo: credere di essere gli unici ad avere paura. Secondo gli esperti, l’esposizione ai social e alla tv è direttamente proporzionale all’insorgenza di sintomi depressivi, ansia, solitudine (a proposito, lo sapevate che in Giappone i suicidi giovanili sono raddoppiati e che la depressione potrà essere la principale causa di invalidità mondiale entro il 2030?).

Solitudine, depressione da social media

Anche per Netflix, non abbiamo buone notizie: il binge watching è considerato espressione di un malessere psicologico ben celato: chiudersi in casa a guardare di fila tutti gli episodi di una serie tv diventa l’alibi perfetto per non affrontare la vita e le proprie sofferenze. Una vera e propria “dipendenza senza sostanza”, con i suoi picchi, le sue motivazioni e le sue crisi di astinenza.

 

Qual è la soluzione? Torniamo al telefono a gettoni?

Dov’è la soluzione, allora? Spegniamo la rete e ricominciamo a usare il telefono a gettoni? Tornando analogici avremo cugini, figli e nipoti più felici? E noi stessi, saremo più sereni? Ovviamente no. La felicità non è una scelta automatica, né tantomeno una condizione granitica e immutabile. Ciascuno di noi possiede il proprio ideale di gioia e completezza, un mosaico di valori che racconta chi siamo e cosa ci serve per stare bene.

Solitudine, depressione da social media

C’è un film di Spike Jonze del 2013 (“Her”) in cui il protagonista si innamora della voce di un computer: in questa sublimazione della solitudine ci sono i corteggiamenti non riusciti, gli incontri mancati, i messaggi senza risposta, i corpi più attraenti, la sensualità più esibita, l’ingenuità tradita e tutte le nostre piccole grandi richieste di aiuto in quanto esseri umani e fragili, per le quali riponiamo speranza in un mezzo di comunicazione confondendolo con uno strumento di auto-aiuto. Quando l’antidoto più forte ai cattivi pensieri, forse, sarebbe un’azione molto più semplice: stare in ascolto.