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Non dire flop

Non dire flop perché non si può. Il fallimento non è previsto, è onta da nascondere, vergogna da cancellare, qualcosa da dimenticare. A nessuno fa piacere ammettere una sconfitta o un fallimento, complice un modo di vivere e uno status sociale che intende il successo come assenza di difficoltà.

E invece.

Una letteratura sempre più corposa apre il corso a nuove riflessioni che smontano questo cardine prettamente occidentale e competitivo: ci stiamo rendendo conto che sbagliare si può. La strada per il genio è lastricata di fragorose disfatte, esperimenti non riusciti, idee efficaci a metà. Ma per fortuna, finalmente, possiamo sentirci un po’ meno inadatti allo scopo, un po’ meno frustrati e incapaci: se è andata male questa volta, potremo migliorare la prossima.

Certamente si tratta di un discorso che coinvolge molti fattori, spesso economici, preponderanti per l’economia e per il mercato. Non si può sbagliare di continuo e ne siamo tutti ben consapevoli, ma allo stesso tempo possiamo smettere di vergognarci.

Ecco che si trovano pubblicazioni nelle quali gli autori ci ricordano programmi televisivi, progetti e personaggi che non hanno avuto il risultato sperato, non hanno soddisfatto le aspettative, nella realtà erano completamente diversi da come erano stati immaginati. Essi diventano esempi che ci raccontano una storia nuova: il flop è una rovina, ma si può uscirne vivi. Ci possiamo sentire rassicurati, e credo sia importante iniziare ad adottare questo punto di vista.

L’errore può vivere come variante della sperimentazione, se abbiamo il coraggio di difenderlo. Se non ci lasciamo trasportare dalla vampata della vergogna e delle critiche, se ci sentiamo sicuri delle motivazioni che ci hanno portato a prendere una decisione piuttosto che un’altra, allora potremo essere effettivamente pronti a migliorare. In fin dei conti, come sempre, la morale è sempre molto semplice: assumersi le proprie responsabilità e credere in se stessi.