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Ora, mai più o quando?

La settimana scorsa su Rai Uno è partita la seconda stagione di “Ora o mai più”: definito reboot di “Music Farm”, è una sorta di talent show per vecchie glorie in crisi di fama, supportate da colleghi più in auge che fanno loro da “coach” nella sfida settimanale. Prove canore, giudizi di una giuria, votazioni: il meccanismo è ben rodato e familiare, variante tra le declinazioni dei titoli di palinsesto. Quello che cambia, di fatto, è il significato del racconto che il format ci propone: il recupero della celebrità.

Osservando le dinamiche degli ospiti in puntata, mi sono detto che ci vuole coraggio. Perché esporre le ceneri della propria carriera è una confessione pubblica che implica la condivisione delle proprie frustrazioni con tutto il pubblico. Il pubblico, l’entità sovrana, il gigante bonario o feroce che decide le sorti di chi sta sulla ribalta. Tornare in uno studio televisivo e raccontare che sì, le cose sono andate male, i soldi sono finiti, le vendite sono calate, l’estro creativo è svanito. Ecco, nello show di Rai Uno succede tutto questo: emergono le fragilità della persona, prima ancora della competizione musicale c’è il desiderio del riscatto umano, sullo sfondo di una non dichiarata operazione nostalgia.

Ascoltiamo una vecchia canzone famosissima e fatichiamo a ricordarci chi fosse l’interprete. Lo rivediamo lì, in studio, sotto i riflettori di una nuova storia, e lo guardiamo con occhi malinconici perché riconosciamo il suo viso sotto i segni del tempo, ci restituisce i ricordi. E diventa quasi naturale, allora, simpatizzare per lui. Perché ci regala un piccolo pezzo di ciò che siamo stati e allora questi personaggi ci diventano simpatici, fraternizziamo e diventiamo solidali con le loro disavventure.

E una volta tanto, tutto questo, accade in modo garbato e senza troppe urla.