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Troppa violenza in tv, signora mia

Ammazzamenti, sparatorie, rapine, abusi e atrocità. Quante serie televisive cavalcano questo trend, soprattutto quelle che seguono la tendenza di raccontare le storie di detenuti carcerari?

È nota a tutti la notizia che “Orange is the new black” chiuderà con la settima stagione. Personalmente mi ero fermato all’inizio della quarta, complici la pigrizia e la chromecast da installare; poi, però, appena ho deciso di allinearmi alle nuove modalità di visione globale e di aggiornare i miei dispositivi, ho deliziosamente ceduto al più sfrenato dei binge watching. Metà della quarta serie, poi tutti gli episodi della quinta e della sesta, giorno dopo giorno, ora dopo ora, notte dopo notte, sfruttando l’amabile intervallo delle vacanze di Natale.

Boo, Pipes, Vause, Red, Taystee, Suzanne, Lorna, Nicky e le altre. Quanto sangue, quante ingiustizie, quanta rabbia e, incredibilmente, quante risate. Donne romanzate, figure nate e scritte per affascinarci, raccontarci una storia, portarci dalla loro parte. E le guardie sono cattive, meschine, corrotte e deviate.

Sì, signora mia, i tempi non sono più quelli di una volta, io non so dove andremo a finire. Come si può trovare da ridere tra gli avanzi di galera?

Si può trovare. Accade, ogni tanto, che qualcuno tenti di raccontarci le ragioni di chi sta dall’altra parte della sbarra: che sia un documentario, un thriller o un drama con velleità da commedia, è qui si scatta la scintilla. Mentre guardavo come andavano a finire sentenze e rivolte che infiammavano i corridoi di Litchfield, ad un certo punto ho sentito una delle ragazze dire “Ci trattano come animali, non abbiamo nessun diritto”.

Allora mi sono fatto una domanda, di quelle che abbandonano il mondo della finzione e scendono nella realtà, nei conflitti sociali veri, nelle pieghe della politica. Ed ho anche pensato che se guardare una serie televisiva mi ha portato a farmi quella determinata domanda, allora forse tutta quella violenza è servita a qualcosa.