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E adesso, odiami pure

Bullizzati, presi in giro, calunniati. La vergogna prende possesso, ci si rifugia nel silenzio, si tende a scomparire. Farsi vedere diventa un’onta, i curiosi all’angolo della strada commentano e parlottano. I modelli dei mass media e della tv restituiscono immagini di perfezione, successo, fascino del potere e crudeltà.

Odiare è diventato di moda, tra le persone comuni e le celebrities, indiscriminatamente. Il web ha scoperchiato vasi di Pandora che custodivano liquami di odio e superficialità, fiumi di fango che si mascherano dietro l’indice dell’arguzia e inquinano le relazioni sociali, vere o virtuali che siano.

Oggi, però, succede che inizia a risvegliarsi una specie di coscienza, quantomeno dal punto di vista commerciale. Il mercato comincia a rendersi conto che gli haters e il bullismo possono essere resi ridimensionati e, soprattutto, sono in grado di aprire nuove frontiere di identificazione. Riconoscendomi nel messaggio positivo, mi sento meno solo. E sono più portato ad acquistare il prodotto associato a quel messaggio. Abile mossa di marketing con quel qualcosa in più. Da uno spot possiamo risalire a considerazioni più ampie e profonde legate alla nostra coscienza, alla percezione dei fenomeni più importanti che caratterizzano il nostro tempo. Chi siamo noi e come siamo percepiti dagli altri? E perché sostenere il peso di una differenza deve essere così faticoso?

Nicky Minaj e gli altri compagni di scorribanda ci dicono che è ora di uscire allo scoperto; un marchio di abbigliamento ride in faccia ai suoi detrattori e sbandiera l’idea per cui più odio indossi, più te ne freghi.

Mi dicono che sono grassa? Mi tuffo dentro una fetta di torta alla tua salute.

Mi insultano perché sono gay? Io ballo nel corridoio della scuola.

Sarà pure pubblicità ma può servirci ad essere migliori. E adesso, odiami pure.