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Facciamo che Barbie era femminista?

Barbie è stata più volte accusata di rappresentare uno stereotipo femminile diseducativo: bella, formosa lunghi capelli biondi, occhi azzurri, vitino da vespa e i piedi deformati per poter indossare rigorosamente solo scarpe con il tacco. Lei è leggera, disimpegnata e pare divertirsi sempre molto. E Toy Story non ha mancato di sottolinearlo:

E pensare che era partita bene. Nata nel 1959 da un’idea di Ruth Handler, membro della direzione Mattel (e moglie di uno dei fondatori), Barbie doveva incarnare l’immagine di una donna emancipata, indipendente e lavoratrice. Quello che Ruth desiderava dare alle bambine era la possibilità di giocare con una bambola che permettesse loro di immaginarsi da adulte e proiettarsi in storie che non dovevano essere per forza legate al ruolo della donna in ambito famigliare come tutti gli altri giocattoli: bambolotti, pentolini, ferri e assi da stiro, e via così.

Considerando la sua origine possiamo affermare che la Barbie probabilmente è nata più femminista di quanto poi non si sia dimostrata negli anni a venire.

La Mattel, infatti, a partire dagli anni ’80, sull’onda del successo dei cartoni animati Disney, ha cominciato la trasformazione da donna comune (seppur di bell’aspetto) a “principessa rosa” interessata ad abiti da sera, trucco e parrucco più che a qualsiasi altra cosa. Un peccato, senza dubbio, ma un peccato che ha avuto un gran successo, bisogna ammetterlo.

Le bambine di tutto il mondo impazziscono e sono sempre impazzite per Barbie e tutti i suoi accessori: dai vestiti alla casa di a tre piani con ascensore, passando per l’auto sportiva rigorosamente fucsia, la piscina, il cavallo, la villa e molto altro ancora.

È innegabile però che, nonostante i numerosi restyling e le edizioni limitate ispirate a figure chiave della storia delle donne come Samanta Cristoforetti e Frida Kahlo, Barbie non è comunque riuscita a spostarsi dal cliché. 

Ecco perché la Mattel ha deciso di riprendere le redini dell’ispirazione che ha guidato la nascita di Barbie e parlare alle bambine di uguaglianza di genere. Nasce così il progetto “The goal of The Dream Gap Project” dove sono le stesse bambine a riportare dati inquietanti sulle differenze di genere esistenti fin dai primi anni di vita delle bambine.

Dato che le vendite di Barbie sono le uniche a registrare una crescita tra tutti i prodotti Mattel, lo scopo non è vendere più Barbie, ma restituirle il suo ruolo originario.