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Hai detto linciaggio? Ma sono gli haters, bellezza!

E va bene, ne parliamo anche noi. Perché i casi si susseguono e una piccola riflessione è d’obbligo.

In principio fu Asia Argento: nelle scorse settimane, alla vigilia della partenza di XFactor, accuse su un fattaccio di molestie. Terremoto di accuse, rivelazioni scottanti, onta di ipocrisia e falsità. Un bersaglio. A seguire, Nadia Toffa: una dichiarazione infelice su malattie e stati d’animo scatena l’inferno di commenti, monta un’ondata di disprezzo generalizzato.

Andando a ritroso nel tempo, troviamo tanti altri esempi in cui le disavventure di personaggi celebri sono diventati casi nazionali che hanno spaccato e scatenato l’opinione pubblica. Ciascuna delle parti in causa possiede la propria versione dei fatti; chi i fatti non li ha vissuti matura una propria opinione, come è giusto che sia. Come è naturale, quando si applica il senso critico.

Ciò che non funziona, o che pare stia sfuggendo di mano (o forse è sempre stato fuori controllo e ce ne accorgiamo solo adesso), è il meccanismo del giudizio. Con l’apertura delle frontiere di comunicazione, che rendono la possibilità di esprimersi sempre più facile e “democratica”, si scatena e inasprisce il fenomeno dei “leoni da tastiera”: dicono di tutto, con toni estremi, non si curano della violenza delle proprie considerazioni e danno per scontato che esista soltanto una verità incontestabile, la loro. Sono gli haters, bellezza.

Siamo figli della televisione. Anche in questo caso. La tv non ci ha forgiati soltanto nelle scelte di acquisto e nelle abitudini di consumo: ci ha anche insegnato e ripetuto a lungo che il colpevole va perseguitato (oltre che perseguito), sezionato e sottoposto al giudizio morale del popolo. Linciato, lapidato. La mala informazione di questi anni ci ha offerto impunemente uno strumento letale, l’affondo della parola. Guardando i massacri delle arene televisive, ci siamo abituati ad urlare quando esprimiamo il nostro parere.

Le canzoni raccontano l’epoca che le vede nascere. Chiedi un autografo all’assassino, guarda il colpevole da vicino, e approfitta finché resta dov’è. Toccagli la gamba, fagli una domanda, cattiva. Era il 2012, Samuele Bersani cantava così.