Tutte le novità del mondo creativo e della produzione pubblicitaria nel blog di Abc Production

The Point Newsletter

Sed ut perspiciatis unde omnis iste natus error.

Follow Point

Begin typing your search above and press return to search. Press Esc to cancel.
  /  Advertising   /  Nike vs Trump: quando la pubblicità si fa politica

Nike vs Trump: quando la pubblicità si fa politica

Il primissimo piano di Colin Kaepernick, ex quarterback dei San Francisco 49ers, campeggia nella nuova pubblicità della Nike, pensata per celebrare il trentennale del proprio claim Just do it.

Una campagna che ha suscitato una vera e propria bufera mediatica (con conseguenze anche economiche) negli Stati Uniti.

Kaepernick è famoso per essere stato il primo giocatore ad essersi inginocchiato durante l’inno nazionale in segno di protesta contro le discriminazioni razziali nell’agosto 2016. Da allora molti altri giocatori hanno seguito il suo esempio e molte voci nel mondo dello show business e dello sport si sono alzate per sostenere questa protesta.

Di fronte a queste proteste Trump ha più volte rilasciato dichiarazioni in cui esprimeva un “forte disappunto” con il consueto stile che lo contraddistingue ma, dato che le sue proteste non portavano i risultati che sperava, alla fine ha imposto l’inserimento di una nuova legge che vieta di inginocchiarsi durante l’inno americano e costringe le squadre a lasciare in panchina i giocatori che lo fanno.

Questo ha ovviamente causato molti guai a Kaepernick e ai giocatori che lo avevano seguito nella protesta. Oggi Kaepernick è sì molto famoso, ma da due anni di fatto nessuno lo fa più giocare.

Ecco perché il claim di Nike si sposa così bene con lui: “Belive in something, even if it means sacrificing everything. Just do it” (Credi in qualcosa, anche se significa rinunciare a tutto per questo. Fallo).

Per Trump questa nuova campagna è stata un’occasione per ribadire in modo piuttosto “vivace” quanto questa campagna fosse offensiva e anti patriottica, suscitando reazioni di sostegno a Nike, ma anche la cosiddetta ondata di fango sui social ad opera dei suoi sostenitori.

La prima conseguenza è stata la perdita del 3% da parte del titolo Nike in borsa, ma nel giro di pochissimi giorni, nonostante le numerose foto di Nike in fiamme ad opera di consumatori patriottici che si sentivano traditi, le vendite sono cresciute del 31% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Mettendo sul piatto della bilancia tutte le reazioni si può affermare che il coraggio di Nike è stato ampiamente premiato, ma al di là del successo di vendita, la cosa davvero interessante è che l’operazione di Nike si situa nel campo sempre più scottante della presa di posizione contro la politica di Trump, il quale non perde occasione per rispondere agli attacchi con conseguenze spesso importanti.

Certo è che questo tipo di provocazioni possono permettersele solo i marchi che sono in grado di sostenere la bufera che provocano, ma cosa succederebbe se qualcuno di meno “gigante” lo facesse?