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Tra obsolescenza e nostalgia per il vintage

Il mio iPod è da 8 giga.

Il televisore dei miei zii ha ancora il tubo catodico.

La lavatrice di mia nonna è la stessa da vent’anni ed è protetta da una cerata che la rende indistruttibile.

 

Dentro un’epoca di consumi, tali stati di fatto sono inaccettabili. I beni devono essere intercambiabili, il flusso commerciale deve giustificare ricerca, sviluppo e investimenti e la pubblicità, beh la pubblicità … deve spingere sulle necessità preesistenti e crearne di nuove.

In tutti i manuali minimi di comunicazione e advertising si legge che la pubblicità crea bisogni che il pubblico non sapeva di avere. Non solo. La pubblicità fa leva sull’obsolescenza dei nostri prodotti e ci ricorda che non possiamo affezionarci a lungo ad un oggetto, perché dobbiamo essere sempre aggiornati e al passo con i tempi.

Lo dice il villaggio globale, lo dicono i social media, e il Mercato è lì a fare la guardia: bisogna comprare. Aggiornarsi, imparare, stare sul pezzo, perché chi si ferma è perduto o naif. Viviamo in città e tempi frenetici che non perdonano la mancanza di intraprendenza nel rinnovamento.

Eppure, quanto ci piace vedere i grandi ritorni del vintage?

I frammenti del passato che sfuggono alle rottamazioni del nuovo che avanza e ci ricordano, anche per un solo momento, ciò che siamo stati mentre utilizzavamo quell’oggetto? Quanta nostalgia per il Nokia 3310 e quanto ci piacerebbe, a volte, tornare a giocare a snake o a ricevere gli squilli per sapere che qualcuno ci sta pensando? Quante volte ci capita di dire “eppure quello era solo un telefono che telefonava e basta…”?