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La pubblicità dal volto umano esiste (?)

Tutto bene quando portiamo avanti discorsi sull’evoluzione del costume e della società. Quando le aziende ci mettono la faccia, o meglio, il marchio, e si schierano. Sentiamo di non essere soli, avvertiamo che qualcuno ci guarda e che il Mercato, per una volta, sembra essere dalla parte dei buoni.

Nei giorni scorsi si è tenuto il Milano Pride, e più che mai ci siamo accorti che il marketing ha guardato al contesto storico, a ciò che accade nelle nostre case, nella combinazione delle nostre famiglie, tra le lattine dei supermercati e le fermate della metropolitana. Milano Porta Venezia è diventata una station domination arcobaleno, le iniziative di grandi brand e agenzie pubblicitarie a supporto della manifestazione si sono moltiplicate.

Come sempre, quando si verificano situazioni in cui entrano in contatto politica, etica, commercio e comunicazione, la questione si fa delicata. L’opinione pubblica diffonde punti di vista e prende posizione: trovata commerciale o reale impegno?

Ciò che a noi interessa è il cortocircuito che la comunicazione pubblicitaria suscita negli utenti: la pubblicità è fastidiosa per definizione, è noiosa, scontata, banale, ripetitiva … ma soprattutto, spesso non è percepita come onesta. Allora sarebbe interessante effettuare una ricerca a campione e analizzare le reazioni istintive ai messaggi che esulano dalla pura promozione del prodotto.

Quando vediamo una campagna che parla delle difficoltà dei giorni nostri, a cosa pensiamo? Siamo interessati a saperne di più o la nostra attenzione resta comunque indifferente alla provocazione? Ci viene da pensare “Che carini, sono solidali anche loro” oppure “Certo che fanno soldi proprio su tutto”?

Come viviamo il flusso del mercato in cui siamo inevitabilmente inseriti?

La pubblicità dal volto umano, in fin dei conti, esiste?