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Pubblicità, onta e carriera

Attori. Fare l’attore è un sogno ricorrente, almeno qui in Italia, è uno status che equivale a popolarità, denaro, successo, fama. Fare l’attore è un’espressione che traduce i desideri di gloria, come se la fama spesso non si accompagnasse alla fame, come se i sogni non fossero legati indissolubilmente ad una tenacia d’acciaio o alle velleità possibili di chi appartiene al mondo dei ricchi.

Chi vuole fare l’attore, soprattutto agli esordi, si accontenta di tutto: ruoli non pagati, comparsate improbabili, pièces teatrali negli scantinati … arrivare ad essere protagonista di una pubblicità diventa un punto di arrivo, uno snodo fondamentale, il trampolino di lancio verso sogni più belli e più alti, riscatto dalla marchetta commerciale per tendere ad un’espressione puramente artistica … ecco qui. La pubblicità, insieme alla televisione, soffre di un complesso di inferiorità avvalorato dall’opinione pubblica che le considera generi minori, non degni di una considerazione creativa (se non propriamente artistica).

Nell’immaginario dell’aristocrazia culturale, il cinema e il teatro (e forse la radio) sono la meta a cui ambire. Certo cinema, certo teatro. È ugualmente vero che molti prodotti pubblicitari e televisivi sono discutibili o inadeguati, ma le nicchie di sperimentazione esistono, i risultati arrivano, la percezione cambia. Soprattutto oggi, con l’avvento della televisione on demand e delle piattaforme a pagamento.

Eppure, la pubblicità no. Quanti sono gli attori che ricordiamo essere arrivati da lì, che sono riusciti a fare un salto definitivo? Stefano Accorsi è un esempio. Carriera sdoganata, si è affrancato da un claim di successo ed ha intrapreso un percorso riconoscibile. Quanti altri ricordiamo in modo così immediato? Ma soprattutto, ragionando al contrario, cosa pensiamo noi spettatori quando vediamo un attore famoso nello spot che interrompe il film che stavamo guardando? Dove finisce l’obiettività e dove inizia il pregiudizio?