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Quando c’era “Top of the spot”

Chi di noi, almeno una volta, non ha visto una pubblicità chiedendosi “bella questa canzone, come si chiama?”

Negli anni Novanta il mercato, sempre famelico e attento, ha capito che poteva esistere una nuova area di business e ci ha fornito, bella e pronta, una compilation a cadenza regolare con cui accompagnare i nostri acquisti, i nostri sogni e le nostre malinconie.

Finalmente, in un’epoca in cui non esistevano né internet né tantomeno le applicazioni per identificare i brani musicali, “Top of the spot” era la rivoluzione dell’analogico: si entrava in un negozio di dischi, si controllava la track list e si sperava di trovare proprio quella canzone, quella pubblicità che ci aveva fatto innamorare.

La musica, in pubblicità, segue da sempre due filoni paralleli: canzoni prese “in prestito” e brani composti appositamente. Sotto il segno della creatività sfrenata che ha caratterizzato i decenni passati, con risultati nostalgici o discutibili in base ai punti di vista, ciascuno di noi conserva il suo patrimonio di jingle, canzoncine e filastrocche che non si levano più dalla testa e in qualche modo guidano il nostro destino di consumatori.

Che siano i tubi dei Baci Perugina, i fratelli La Bionda per l’Aspirina o l’indimenticabile sottofondo che accompagna i sentimenti familiari di “dove c’è Barilla, c’è casa”, la nostra storia di figli della televisione commerciale possiede una colonna sonora che non ci abbandonerà più, ed è talmente radicata in noi da farci canticchiare nomi di detersivi come fossero tormentoni estivi.

Oppure, ed è questo il lato più affascinante del fenomeno, talvolta grazie ad uno spot riusciamo a scoprire nuova musica, che altrimenti non avremmo mai incontrato. Benefico effetto collaterale di un meccanismo più grande di noi che ci guarda, ci osserva e crea i prodotti di cui avremo bisogno domani. E’ la pubblicità, bellezza.