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Parlare dell’innominabile

Ci sono argomenti, nella vita come in pubblicità, che sono ancora tabù. In un’epoca forsennata e audace come la nostra, dove nessuno scrupolo sembra essere abbastanza forte da resistere al cinismo e all’ironia dissacrante, c’è ancora qualcosa che fatichiamo a rappresentare. Tra questi temi, esiste un concetto legato alle più grandi paure dell’essere umano, alla superstizione e alla sfortuna: la morte.

Come si comunica che esistono imprese commerciali di settore? In parole povere, come si promuovono le imprese funebri?

C’è chi punta sul risparmio, sulla qualità, su una composta offerta commerciale che trasmette verità essenziali: “nel momento del bisogno, ci siamo anche noi”. La proposta, insomma, esiste e si fa sentire, con soluzioni più o meno efficaci. Quello che ci interessa, però, è porre l’attenzione su un approccio dissacrante che si distingue dagli altri e comunica in tempo reale con gli eventi che caratterizzano la quotidianità.

In modo sfacciato e irriverente, c’è qualcuno che ci offre i suoi servizi cercando di esorcizzare la difficoltà del contesto. Un claim del passato ci esortava ad accettare che pensarci adesso non ci cambierà la vita: ancora una volta, il mercato ci parla e ci dice che dobbiamo pensare a tutto, ma proprio a tutto. Prima ha tentato di farcelo capire in modo quasi discreto, mettendo in scena cicale e formichine per evidenziare la convenienza dello sconto outlet.

Adesso, invece, ci urla il messaggio cercando di strapparci una risata consolatoria. E non ne facciamo una questione di gradimento o di buon gusto, il giudizio resta prerogativa dei critici e dei consumatori (vi ricordate l’indignazione della merendina meteorite?).

Ne ricaviamo, invece, una considerazione di carattere più ampio per cui, forse, la nostra epoca forsennata e audace ha trovato il modo di parlare anche dell’innominabile.